Arte Arabo Normanna

Se la strana forma del campanile e uno schiaffo imprevisto che richiama la prima attenzione di un qualsiasi amatore d’arte, non mancano altri elementi architettonici che lo hanno seriamente pensare e lo riportano di conseguenza a rivivere quei momenti storici, dai quali risulta l’indiscusso predominio di Trasacco sugli altri paesi della Marsica e della Regione. Questi elementi si osservano sparsi qua e là nell’interno e all’esterno del Tempio, alcuni conservati nella loro creazione originale, altri confusi in diverse strutture manipolate e sovrapposte nel corso dei secoli. Essi tutti rivelano un indirizzo artistico che non può essere incluso ne al periodo bizantino, ne a quello romanico, nè a quello gotico; formano piuttosto un complesso, un QUID UNICUM, una manifestazione spirituale isolata nella regione e inspiegabile se non si tengono presenti alcuni fattori storici di capitale importanza.

Già nel secolo IX Trasacco aveva la sua forma perfetta di paese, o meglio di Municipium latinamente inteso, cioè di città fortificata e ben munita di mura e torrette di protezione contro le invasioni dei nemici vicini. Spero di poter scrivere ampiamente su questo riguardo, ma fin da ora potrei accennare a tanti nomi ancora abituali nel linguaggio popolare nell’indicare i vari luoghi del Paese antico come: porta, castello, palazzo… Una pallida idea di quello che era Trasacco nel secolo IX la possiamo ricavare dalla rappresentazione pittorica che occupa tutta la volta della sacrestia.

La concezione di Trasacco come centro abitato fortificato e stata tramandata attraverso i secoli e ricorre spesso nelle pitture come nel primo quadro della Cappella del Santo Protettore. In questo periodo regnava nella zona la nobile famiglia dei Conti dei Marsi, la quale sebbene indicata col nome del territorio su cui ricadeva la podestà, propriamente risiedeva a Trasacco come si legge nella Cronaca di Farfa riportata dal Muratori in R.I.S. tom. 2 par. 2 e altrove riportata. Ciò conferma che Trasacco allora era il primo centro della Marsica e per strategia e per potenza. Questa nobil famiglia, da cui dovevano nei secoli futuri uscire personaggi di primo ordine nella storia civile e religiosa, non solo dominava interamente la Marsica, ma possedeva dei beni nella bassa Italia per cui fu in stretto rapporto con l’Imperatore Ottone Secondo e con i grandi monasteri meridionali specie con i Benedettini di Cassino.

Essa dominava anche tutta la Val Comino e da qui si spiega certamente la profonda devozione di quel popolo verso San Cesidio per cui ogni anno non mancano di farsi rappresentare da un folto gruppo di pellegrini nelle feste patronali. Anche da questo fatto si puo capire la ragione per cui i Benedettini fecero la loro comparsa nel territorio di Trasacco piu che altrove, e precisamente sul colle San Martino, sul monte Maria, e sul monte Labrone in località S. Angelo. Dalle stesse fonti storiche risulta pure che i Conti dei Marsi, aiutati da un certo Trasamondo Conte di Chieti, si vendicarono di una grande oKesa sconfiggendo i nemici a Capua.

In questi diretti rapporti con l’Italia meridionale, i Conti vennero a contatto con la civiltà arabo-normanna e ne sfruttarono i valori artistici nell’abbellimento del Tempio di San Cesidio, al quale erano profondamente attaccati. Del resto sono ancora i documenti (dell’Archivio Parrocchiale) a riferirci innumerevoli donazioni fatte dai Conti alla chiesa e al clero di Trasacco a tal punto che tutto il territorio e il paese passo alle dipendenze del clero d’ella Basilica; i Conti si riservarono la Torre che era luogo di giustizia e il ” palazzo ” che e un po’ sopra l’attuale Largo della Caserma, precisamente quello confinante con la famiglia Ciofani e la famiglia Oddi. Non senza motivo, nel centro del portale di detta casa si ritrova uno stemma con evidenti segni orientali quali la mezzaluna e la stella.

Spiegato l’ambiente storico e l’origine dell’arte arabo-normanna nel Tempio, possiamo ora esaminare le singole opere. Iniziando dall’interno della Basilica ci fermiamo prima di tutto a quella che forma l’opera piu rappresentativa: intendiamo riferirci alla edicola che si ammira nell’Oratorio, al centro dell’antica cantoria, tra i due archi che immettono al corpo della Basilica. Nel suo piccolo e un gioiello d’Arte difficilmente riscontrabile nella zona.

Architettonioamente e divisa in due sezioni: la parte più bassa formata dalla colonna reggente nel centro un cornicione finemente lavorato e che si estende in senso orizzontale per tutta la parete, comprese le rientranze dei due archi; e una parte superiore che parrebbe fare corpo a se, se non ci fosse uno stemma gentilizio che la riunisce alla parte più bassa. Assecondando un po’ la fantasia e volendo in certo qual modo spiegare o interpretare l’idea dell’artista, ci sembra nell’opera vedere raffigurata l’umanità sconvolta nel mare di questo mondo rappresentato dalla colonna a ricami ondosi e dal cornicione corinzio dalle pieghe movimentate contorte; su questa umanità guarda benigna la Madonna col suo Bambino, dall’alto del cielo reso più spazioso dagli archetti arabeschi che danno il senso dell’infinito.
Questa interpretazione appare giustificata se rapportata all’ambiente e al tempo dell’opera.

Non si dimentichi che Trasacco nel secolo IX era un paese prettamente di pescatori e che il Fucino, per la sua con6.gurazione geografi=a e per il livello dell’acqua relativamente basso, era un lago calmo (vitrea Fucinus unda, dice Virgilio), ma spesso furibondo, agitato ad ogni piccolo soffiar di vento, provocando disastri alle persone e alle cose; una delle cause che spinsero al suo prosciugamento.

Dalla realtà di ogni giorno alla applicazione in campo spirituale il passo e breve. Ma anche senza entrare in concetti di alta teologia mariana, l’artista ha voluto esprimere la protezione della Madre celeste sul duro, tenace lavoro quotidiano di quei poveri pescatori. La colonna e uno degli elementi di quest’opera che merita un primo esame e che si riporta indietro di giusto mille anni. (Odorisio e Berardo Conti dei Marsi operarono infatti tra il 975 e il 995). Si sa che nel passaggio dall’arte bizantina a quella romanica operavano varie scuole come i Cosmati e i Vassalletto, i quali erano famosissimi nel decorare chiese e chiostri. Ma da un esame particolareggiato delle loro opere non si riscontrano colonne del tipo di quella nostra.

Essi creavano colonne tortili o scannellate con basi tonde o quadrate, mentre esempi della nostra colonna dalla base intagliata ai quattro lati con ripieghi all’insù si ritrovano nel chiostro di Monreale a Palermo, dove l’arte e prevalentemente di ispirazione arabo-normanna. Quindi una dimostrazione di quanto accennato sopra, cioè che l’opera tutta va collocata alla fine del secolo IX, al tempo di Odorisio e di Rainaldo Conti dei Marsi. Se dubbi ancora dovessero restare, basta passare ad esaminare la parte superiore dell’opera, la più originale, sebbene mancante di una parte dell’arco rabberciato nei recenti restauri.

Sia la forma dell’arco che le line della Stella Maris, sono di fattura squisitamente orientale. L’archetto infatti e a doppia ogiva ascendente, elemento tipico dell’arte arabo-siciliana, con abbozzi ornamentali ancora prematuri per essere inseriti nella successiva arte romanica. La figura poi della Madonna col Bambino e un pezzo che parla da se; pur rivelando finezza nei visi difficilmente riscontrabili in altre opere del tempo, e rappresentata in una posizione statica, priva di movimenti, con vesti movimentate da striature parallele terminanti in un ripiego che denota un influsso bizantino. Perche le mie osservazioni non appaiano frutto di fantasia, mi piace riportare quanto scrive il Castelfranchi Vegas nella sua storia dell’Arte parlando d’ella scultura di questo periodo a pag. 81: ” L’età ottoniana (X secolo) che conclude l’alto Medioevo eredita in parte gli aspetti dell’Evo Carolingio, ma li sottopone spesso ad una stilizzazione lineare che predilige le pose rigide ed angolose; cosi, le figure… si ergono alte e rigide; l’altorilievo non conferisce realistica concretezza ai corpi, paludati in vesti ove le piaghe si dispongono parallele e fitte come scanalature.

Ma nei volti, una pittorica dolcezza di chiaroscuro arrotonda le guance e suggerisce una contenuta aristocratica vitalità, quasi una promessa di quel senso della dignità umana che fiorirà nel romanico gia prossimo “.
Queste parole sono la più bella descrizione dell’opera in oggetto, e se gli elementi artistici si riscontrano a meraviglia nel complesso scultoreo esaminato, e certo che non siamo molto lontani dalla verità.

Passando ad esaminare gli altri pezzi che per ora ci interessano, lo faremo brevemente, perché non c’e bisogno di ripetere il motivo storico e le caratteristiche generali dell’arte arabo-normanna riferite in precedenza; esamineremo solo i contrasti e le differenze pur trattandosi di opere dello stesso periodo. L’altro complesso che merita la nostra attenzione e l’edicola di Santa Caterina d’Alessandria, edicola situata attualmente nella Cappella del Battistero, ma che certamente doveva essere posta in altro luogo nella originale struttura del Tempio, anche perché, come si rileva da un’attenta osservazione, manca delle due colonnine terminali, colonnine che con ogni probabilità sono quelle che prima dei recenti restauri si potevano osservare ai lati estremi dell’altare Maggiore.

Va aggiunto, per maggior precisione, che, secondo quanto riferisce il Febonio nel ” Catalogo dei vescovi dei Marsi ” a pag. 33 1’edicola doveva appartenere alla chiesa di S. Caterina situata in località ” Fossa della Villa ” la quale solo nel 1385 passo alle dipendenze del clero della Basilica, dietro la donazione di Enrico De Enricis di Trasacco. Ci si augura, a questo punto, che dette colonnine da chi di dovere siano rimesse al proprio posto per non andare perdute o abbandonate a se stesse. Questa edicola in relazione con quella della Madonna del1’Oratorio, appare senz’altro opera di secondo ordine sebbene racchiuda elementi scultorei più netti e più precisi.

Il tempietto dell’Oratorio e un autentico capolavoro per la sua linearità e semplicità, immensità di ispirazione; a mirarlo ci si sente subito trasportati oltre la materia, ci si sente subito a contatto con la realtà spirituale; anche i ricami dentro le volute degli archetti sono cosi gentili e delicati che sembrano espressione d’amore e di gentilezza verso la Madre di Dio; chi La contempla si mette immediatamente a contatto con il cielo. Nessun elemento e di disturbo e il richiamo e maggiormente suggerito dai due visi cosi dolci e cosi teneri: e veramente uscito dalle mani di un grandissimo artista. Impressioni del tutto contrarie suggerisce invece 1’edicola di Santa Caterina, pur non mancando, ripeto, di punti sottili. Nel complesso pero da un senso di materialità, di farraginoso che colpisce enormemente.

Qui non ci sono divisioni di piani, l’opera e un tutt’uno senza interruzione e scontinuità, e ciò la rende più pesante: la complicata cimasa nella sua fattura grave richiama le due laterali figure umane che come telamoni la reggono; e anche queste figure quasi a dimostrare l’enorme peso a cui sono soggette, richiamano gli appoggi delle relative colonnine che attualmente mancato, come abbiamo detto in precedenza.

Opera dunque unitaria, ma di sproporzioni tali che fanno supporre essere creazione di un principiante e non di un vero maestro, almeno che non la si riporti ad un periodo precedente alle altre. Senza proporzione la parte culminante del tempietto che, con il suo volume interno, nasconde addirittura la Statua; senza proporzioni le vesti della Santa che, con il panneggio cosi abbondante e rozzo, mette in secondo ordine il viso; come sono sproporzionati tutti quei pennacchi della cimasa che, con la loro materialità, distruggono ogni senso di slancio e di trionfo. Come mai, ci si domanda, questa edicola dedicata ad una Santa cosi lontana da noi, sconosciuta oggi dal popolo, e che nessuno si ricorda di invocare? Se per spiegare la devozione del popolo verso gli eroi del cristianesimo, come Sant’Antonio, San Tommaso, basta scendere agli interessi immediati della vita secondo l’ambiente ed il lavoro, per rendersi conto, invece, della presenza a Trasacco di Santa Caterina D’Alessandria e necessario rifarsi sempre a Quei motivi storici che spiegano tutta l’arte arabo-normanna nella nostra Basilica.

Gli orientali portarono e fecero conoscere in Italia non solo la loro cultura ed arte, ma tutto il bagalio della loro ricchezza spirituale, e tra gli eroi cristiani che potevano vantare, tra i primi, splendeva, appunto, Santa Caterina d’Alessandria, la cui vita romanzata nei sette secoli passati ben si confaceva alla loro fantasiosa mentalità. Per gli orientali arabi, Santa Caterina d’Alessandria formava il simbolo della loro fede e scienza. Il corpo della Santa, dalla capitale dell’Egitto, era stato trasportato, in modo miracoloso, sul Sinai, proprio nel centro dell’Arabia. Dice il Breviario romano: ” Caterina, nobile vergine alessandrina, fin dalla più tenera età tanto si applico alla conoscenza delle arti liberali e della dottrina cristiana che appena diciottenne era ritenuta la più dotta tra i dotti “. E poi, quante somiglianze tra la vita di questa Santa e quella dei nostri S.S. Protettori! Perseguitata sotto lo stesso Imperatore: Massimino; convetitrice davanti al tribunale civile dei filosofi che erano stati incaricati di riportarla al paganesimo; e anche questi: martiri (si ricordi Silone e Alessandro); convertitrice di persone curiose andate a visitarla in carcere (si ricordi Niceta ed Aquilina). Ecco dunque come si spiega, a parer mio, la presenza di questa Santa nella nostra Basilica.

I due tempietti esaminati formano ciascuno un lavoro completo, ma non mancano nell’interno del tempio pezzi isolati che si riferiscono allo stesso periodo e sono addirittura parti culminanti, cimase intere della stessa fattura di quella di Santa Caterina. Chi sa da quanti secoli questi pezzi stanno gettati in un angolo oscuro delle Catacombe, aspettando una mano pietosa che li ricomponga! eppure sono anelli di una lunga catena artistica non trovabile in altre Chiese della zona e, forse, di tutta l’Italia. Cosi meriterebbe di essere messa in evidenza una specie di colonna che una volta doveva servire da acquasantiera; a prima vista pare che sia un pezzo trascurabile, ma ad una osservazione più attenta rivela un ornamento perimetrale nascosto da scorie e calcinaccio.

Come poi non accennare alle due colonnine che si vedono inserite nell’altare della Madonna delle Grazie e ai due specchi esterni della balaustra delle Reliquie e del Santo, che rivelano le stesse caratteristiche delle opere precedenti? A pensare che tutte queste creazioni artistiche al tempo dei Conti dei Marsi ornavano il primitivo tempio di proporzioni molto ristrette dell’attuale ampliato attraverso i secoli, si deduce che a Trasacco esisteva un complesso di sculture che reggeva di fronte ai maggiori capolavori arabo-normanno-siciliani.

Prima di passare ad esaminare le pitture che arricchiscono il tesoro artistico della nostra Basilica, non possiamo, a questo punto, trascurare di fare altre riflessioni su quello che era il primo nucleo del Tempio, ben più piccolo da come oggi si presenta, almeno per quanto riguarda la maggiore trasformazione tra quelle avvenute nel corso dei secoli; e ciò sempre col proposito di mettere in rilievo l’influsso dell’arte arabo-normanna nella nostra Basilica. Non e superfluo ricordare che la primitiva forma della chiesa era in senso trasversale a quella attuale: cioè la porta centrale ed unica era quella che oggi e chiamata ” PORTA DEGLI UOMINI “, e l’altare per il divin sacrificio era situato sotto il secondo arco romano al centro dei tre archi a sinistra di chi entra dalla ” PORTA DELLE DONNE “, altare successivamente spostato nella quarta navata nel 1618 al tempo dell’Abate Cicerone De Blasis.

La primitiva posizione dell’altare e spiegata dal fatto che essa costituiva il centro anche del semicerchio formato dal1’anfiteatro romano, che, come altrove spiegato, aveva le sue estremità ai lati Est-Ovest di tutto 1’attuale complesso della Basilica. Ma col termine delle persecuzioni, i cristiani ebbero modo Di edificare le chiese secondo le ispirazioni della propria fede, e prevalse l’indirizzo di costruirle in senso Est-Ovest in modo tale che il sacerdote nel rinnovare il sacrificio della Croce fosse rivolto ad Est, cioè al sorgere del sole simbolo di Cristo.Cosi anche la prima forma della nostra basilica fu trasformata; centrale diventò la Porta delle Donne.

L’altare maggiore si trovo ad essere ” Altare della Confessione ” e alla navata centrale furono aggiunte le altre due laterali. Quando ciò poté avvenire? Per quanto si sappia, non risulta, da fonti storiche, che tra il secolo III e il secolo IX si sia verificato uno sviluppo artistico architettonico nella nostra regione, ne nella nostra Basilica; e il periodo di transizione che abbraccia tutte le espressioni del genio umano; del resto non si trovano nella nostra Basilica elementi che si riferiscono a questo oscuro periodo ad eccezione del Sarcofago.

Tali elementi potrebbero raffiorare dalle rovine degli antichi monasteri benedettini disseminati nel territorio di Trasacco, ma sono supposizioni su cui non si può dire una parola certa. Quello che storicamente e certo, testimoniato da documenti che dovrebbero trovarsi nell’archivio abbaziale, e l’attaccamento, la devozione, la pietà che nel secolo X dimostrarono i Conti dei Marsi verso San Cesidio, il suo Tempio e i ministri che ivi officiavano.
Si discute, e anche il Mezzadri rimane nel dubbio (cfr. pag. 210), se in questo periodo la Basilica fosse tenuta da preti secolari o da monaci benedettini; si e più propensi per questa seconda ipotesi, data la forma del coro prettamente di stile monastico, e le antiche, radicate tradizioni religiose che non si spiegano se non rifacendosi ad una comunità cristiana che aveva nel monastero il suo centro. Fu probabilmente in questa epoca che avvenne la radicale trasformazione della Basilica, fatta eccezione della quarta navata, come gia detto prima. E naturalmente come nelle sculture esaminate, cosi nelle forme architettoniche si ritrovano gli elementi di arte arabonormanna.

Il corpo gia esistente non venne toccato, ed infatti ha conservato lo stile Romano puro in quei sei maestosi archi centra li, che non trovano riscontro nel resto della Basilica; furono invece aggiunte le due navate laterali, ed e in queste che notiamo l’influsso dell’arte orientale. Certo, chi entra in chiesa e osserva per la prima volta quel le forme architettoniche, e spinto istintivamente ad attribuirle all’arte gotica, ma una più attenta osservazione e la conoscenza della storia lo poterà necessariamente a cambiare idea. Il gotico, come si sa, proviene a noi dalla Francia ed è sorto sia come espressione spirituale, sia come ricerca di maggiore luminosità nelle chiese; esso perciò e caratterizzato da una forte spinta verso l’alto, terminando con arco, e dalle campate delle navi poggianti su colonne multiple. Orbene, ognuno può constatare che gli archi acuti della nostra Basilica mancano di quello slancio in alto proprio dell’arte gotica; essi si presentano piuttosto pesanti, eppure non sa Sarebbe mancato lo spazio in altezza anche considerato l’innalzamento della navata centrale, avvenuto nel 1870 sotto l’Abte D. Domenico De Vincentis. E poi non esiste alcun indizio di colonne, perché tutto parte da pilastri robusti e rettangolari.

Una prova determinante dovrebbero costituire le diverse chiavi di volta che riproducono la stella, simbolo orientale. C’è da aggiungere poi, il fattore storico: i testi che parlano del fulgido periodo, dell’era d’oro della nostra Basilica quando accennano alle munificenze dei Conti dei Marsi, non riferisco no alcuna altra cosa simile nei seco!i successivi, il che, se fosse stato, sarebbe rimasto piu facilmente documentato. Rapportato il tutto a quanto detto precedentemente parlando dei pezzi scultorei, si arriva alla felice conclusione che quanto si ammira nella nostra Basilica e da riportare al periodo ottoniano, all’influenza o addirittura ad una autentica espressione dell’arte arabo-normanna.

Il gotico non e caratterizzato dall’arco acuto, ma dell’uso di questo in uno sla’icio di alta espressione mistica ed ascetica. Quanti se ne vedono di questi archi in tutto l’Oriente e anche nell’Italia meridionale! eppure nessuno si e azzardato a riferirli all’arte gotica, sorvolando secoli e secoli. Felice conclusione, ho detto, perché e un motivo di piu per richiamare gli intenditori a visitare la nostra Basilica, culla delle piu disparate manifestazioni artistiche dei secoli, ed unica custode di un’arte che non si ammira in tanta parte della Penisola.

Scrivendo queste riflessioni, confesso apertamente che anch’io mi rendevo conto di sostenere una tesi abbastanza ardua; e penso che molti, arrivati a questo punto, avranno arricciato il naso. Ma ad un “certo momento mi son fatto una domanda: se tanta arte architettonica della Basilica deve essere attribuita al periodo ottoniano, al secolo X, si potrebbe avere una conferma della Torre? Qualcuno dira: ma che c’entra la Torre dei Feboni con il secolo decimo? eppure c’entra. La denominazione ” Torre dei Feboni ” non vuol dire che la mole sia stata costruita da quella che fu ed e tuttora una delle piu nobili ed antiche famiglie di Trasacco, dalla quale uscirono personaggi di primissimo piano, ma vuole significare piuttosto che in un preciso periodo storico, questa famiglia, la piu ricca e la piu potente di Trasacco, penso a restaurarla, essendo ridotta ad un rudere per l’incuria dei tempi.

Prendiamo in mano il testo decisivo: e costituito da un passo della Cronaca di Farfa riportato dal Muratori nel Tom. 2 par. 2 del R.I.S.: CUM AUTEM RESIDERET QUONDAM TEMPORE IN TERRITORIO MARSICANO IN VILLA TRANSAVUAS, IN IPSA TURRE GLDERISIUS COMES FILIUS RAINALDl COMITIS PRO IUSTITIA FACIENDA CUM JUDICIBUS FT l3ONIS HOMINIBUS… ” risiedendo pcr un ccrto periudo di tcmpo ncl territorio marsicano in Trasacco, il Contc Oldcrisio figli<> dcl Contc Rainaldo nella stcssa torre amministrava la giustizia insieme a Giudici e a uomini onesti… “. Dunque la Torre già esisteva nel secolo decimo essendo la seguente la genealogia della famiglia del Conti dei Marsi, riportata secondo i documenti citati dal Mezzadri;

1) Rainaldi padre, Conte dei Marsi, Signore di tanta parte dell’ Italia meridionale: anno 981;
2) Osderisio, figlio di Rainaldo con la moglie Gibborga: anno 995;
3) Berardo Conte dei Marsi, che ebbe per madre Gerim1a: anno 1096;
4) Tommaso, Conte dei Marsi e di Celano: anno 1113;
5) San Berardo, vescovo dei Marsi: + anno 1130 al 3 di novembre;
6 ) Crescenzo, figlio di Berardo, nipote di Gemma, fratello di San Berardo: anno 1120;
7) Pietro, primo Conte di Celano: anno 1198.

Questi personaggi vanno ricordati pecche tutti indistintamente dimostrarono la loro pieta verso San Cesidio con donazione alla chiesa di tutto il territorio di Trasacco, eccetto la casa e la Torre. La famiglia Febonio, invece, fa la sua apparizione a Trasacco 500 anni dopo, ben presto intrecciatasi con la famiglia dci Baronio, da cui doveva nascere il grande Cesare Baronio, Cardinale di Santa Chiesa ed annalista famosissimo. La famiglia dei Feboni fu, a suo tempo, la piu ricca del paese c per questo ebbe la possibilita di restaurare la Torre che da qucl momento si chiamo ” Torre dei Feboni “.
Non stiamo a ricordare qui anche la necessità di tale re. stauro della Torre come mezzo di difesa, trovandoci ancora in pieno periodo di banditismo, come conferma la calata di Marco Sciai r;i nel 1592. Ma la torre gia esisteva da tanti secoli… Anzi, se vogliamo tenere per buono quanto dice il Febonio, e ci sono tanti motivi per farlo, la Torre fu gia abitazione di Agrippina moglie di Claudio Nerone.

Dice infatti a pag. 97 della sua OPERA: ” Claudius ipse, imperiali paludamento insignitus, spectaturus in eo quem elegerat suae stationis locum, praesidebat, a quo non longe Agrippina uxor, aurea clamite gemmis variis contexta, ornata insidebat, creditur ab incolis, quadrata Turre quae post moenia Transaquarum Oppidi insurgit, signatus Agrippinae locus idque longe fama per eam, licet non admodum certa traditione, ad haec tempora transmisit, cum parum ab illa Claudii domus distet” . ” E’ credenza popolare che lo stesso Claudio rivestito delle insegne imperiali abitasse nel luogo che aveva scelto come sua residenza, non lontano dalla quale la moglie Agrippina, vestita di un manto d’oro ornato di varie gemme risiedesse nella Torre quadrata che sorge fuori le mura del Castello di Trasacco. Questa abitazione di Agrippina proprio per la sua importanza, sebbene con non assoluta certezza e stata tramandata fino a noi, essendo poco distante da quella di Nerone “. Forti di tanta autorevole testimonianza, siamo andati ” in loco ” alla ricerca di elementi che testimoniassero l’antichità della Torre e il rapporto con l’arte della Basilica; perché se la creazione artistica si incentrava sui monumenti sacri, essa doveva avere i suoi riflessi anche sui monumenti civili. La nostra supposizione si e rivelata realtà.

Non uno, ma tanti elementi di connessione con la Basilica abbiamo riscontrato nella Torre e fin dal primo attento sopralluogo. La prima attenzione l’ha attirata la bifora a mezza altezza della mole, bifora che riporta nei suoi due archi il motivo orientale che si riscontra nella Basilica, ripetuta uguale nei tre lati della forma inferiore quadrata della Torre; il motivo poi e ripetuto negli archetti del merlo terminale della medesima. La seconda attenzione e stata attirata dalla stella azzurra dipinta dentro ciascun arco delle tre bifore, stella ben visibile a occhio nudo e che ancora brilla nel suo smagliante azzurro su sfondo chiaro, nonostante sia trascorso un millennio dalla sua fattura. Come non rapportare questa stella a quella che si vede nella Basilica nella chiave di volta che si osserva al centro della terza navata chiamata ” Del Santo? “.

Come non ricordare la stella che si osserva nello stemma della porta di quello che fu il ” palazzo ” dei Conti dei Marsi? E poi le tre conchiglie che si vedono capovolte nell’architrave della finestra principale della Torre; esse ci rammentano le tre conchiglie che si osservano nello stemma sottostante l’edicola della Stella Maris dell’Oratorio. Gia tanto basterebbe per convertire la nostra ipotesi in certezza assoluta, ma abbiamo voluto attendere il responso del contenuto di uria lapide e di una iscrizione circolare su una specie di pila per l’acqua, per convincere anche i più increduli. La stele, perché di stele si tratta, anche se non funebre, e stata rinvenuta da alcuni artigiani incuriositi forse da quel foro strano, una specie di feritoia, che essa mostra al centro; era rimasta semisepolta tra i cumuli di macerie sottostanti la Torre, sotto quelle macerie che chi sa quanta storia nascondono.

Ma nel riportarla alla luce non hanno usato la dovuta accortezza, e cosi l’hanno ridotta in tanti pezzi; comunque, ricomposta con diligenza, rivela una iscrizione abbastanza chiara per quanto riguarda le lettere, non altrettanto per quanto riguarda la interpretazione delle abbreviazioni. Per la interpretazione di iscrizioni latine, specie di quelle antiche, si richiede una competenza e uno studio particolare, pero riflettendoci sopra piu e piu volte, qualche cosa di buono si ricava; e in questa interpretazione molto hanno giovato i confronti con tante altre iscrizioni latine che si osservano nell’Oratorio.

Presentano delle somiglianze impressionanti. A parte il nome che puo cambiare a seconda della persona ricordata, si prenda per esempio la lettera Q nella stele in oggetto ripetuta due volte, a principio e alla fine, prima dell’indicazione e della data. Questa lettera ripetuta due volte la ritroviamo in dueiscrizioni: Q. TITI TITACIUS Q. e Q. NINNIG Q., come due volte e ripetuta la lettera C; nella iscrizione: C. TREBATIO C. L’abbreviazione: SEX la ritroviamo nella iscrizione: ALFA SEX. TIT. La lettera F. !a ritroviamo in genere in tutte le iscrizioni dell’Oratorio e sempre dopo la ripetizione del nome del casato. Cosi ugualmente I’abbreviazione SER. non e nuova nelle iscrizioni latine di Trasacco. Rimarrebbero da completare i nomi: ANN…AEA e UND. Cio induce a pensare che la specie di feritoia sia opera di secondo tempo, in quanto piu di una lettera e rimasta smozzicata, il che e improbabile sia stato all’origine, in quanto tutta 1’iscrizione rivela una inquadratura precisa; ed allora volendo completare le due parole si dovrebbe leggerle cosi: ANNIAEA e FUND. Per la prima interpretazione delle due parole si e confortati dalla iscrizione circolare di quell’altro pezzo a cui si accennava; infatti vi si legge:… NNIUS CI. Ora si potrebbe passare al significato della stele, che non dovrebbe essere ]ontano dal seguente:

Quinto CERVIO
SESto della Famiglia SERviana
ANNIEA di Quinto. POSTA (la lapide) nel 51

Della famiglia Anniea si parla anche in una epigrafe ritrovata a San Benedetto 1’antica Marruvium. La data del 51 non e molto lontano da quella del 101 che si legge nella pila dopo nella monca iscrizione. Si potrebbe tentare un’altra interpretazione suggerita dal caso nominativo. Tutte le stele funebri portano al dativo la persona che si vuole ricordare, mentre qui abbiamo il nominativo che fa supporre che la persona era ancora vivente (nella stele manca infatti il ricorrent’ Bonae Memoriae Posuit: pose a ricordo) e vuole perpetuare nei secoli il suo nome; di modo che 1’abbreviazione UND dovrebbe essere completata cosi: oriUNDus, con lo stesso significato di ORTUS: nato. In tal modo 1’accostamento delle due date: 51 e 101 sarebbe piu facile e piii logico; avremmo qui la data di nascita e nella pila un’altra data del capostipite ANNIO. Comunque, sia 1’una che 1’altra interpretazione ci riportano ai primi anni dell’Impero Romano e forse il nome ANNIO non dovrebbe essere lontano da quel NINNIO di cui si parla nella stele che si osserva fuori la porta dell’Oratorio, e che il Corsignani dice esser’ stato nobile romano e cittadino dei Marsi. Questa seconda interpretazione ci spiega meglio la differenza che si vede in modo evidente tra il primo troncone della Torre e 1’altra meta sopraelevata.

La parte piu bassa e di fattura più rozza e più antica, sembra un mostro di potenza, con pochissima luce, vero simbolo della schiacciante romanità, mentre la parte superiore accenna a piu numerose aperture, a finestrelle, a bifore che denotano una più gentile concezione della vita. Solo in questa seconda parte si osservano segni di arte arabo-normanna, sicche e da pensare che la base della torre rimonti ad un’epoca piu antica, mentre il resto e dell’epoca ottoniana cioe del secolo X; cio che conferma la nostra tesi. Dunque si puo concludere che, se non direttamente, indirettamente il contenuto dei due pezzi confermano la massiccia presenza a Trasacco dell’arte arabo-normanna, presenza dovuta ai Conti dei marsi come afferma pure l’Agostinoni a pag. 10 della sua opera IL FUCINO: ” Il dominio dei Gran Conti ravvivo alquanto la morente fiamma antica, la tenne lentamente in vita, percorrendo quel nuovo amore d’arte che in altre regioni fu vero ritorno dopo un lungo assoluto abbandono “.

(Testi tratti dal libro “Trasacco e i suoi tesori”)
(Testi a cura di Don Evaristo Evangelini)

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