Atti dei SS. Rufino e Cesidio della Chiesa di Trasacco

Come abbiamo piu volte ricordato nella prima parte di questa ricerca, esistono due Redazione degli Atti trasaccani, l’una seguita dal Baronio, l’altra seguita dal Febonio e pubblicata dai Bollandisti. Riportiamo la seconda, omettendo le varianti della prima che, ad eccezione del luogo del martirio, sono insignificanti.

1. Abbiamo ritenuto opportuno narrare a tutti i fedeli e a gloria del Signor nostro Gesu Cristo le trionfali lodi dei Martiri e i vittoriosi Monumenti dei SS. Rufino, Cesidio e Compagni i quali al tempo dell’empissimo imperatore Massimino, versando il loro sangue per il nome di Cristo, conquistarono la palma della gloria perenne e le corone dell’encomiabile vittoria. In quei tempi burrascosi si verifico una durissima persecuzione contro i Cristiani e per legge fu stabilito che se ogni cristiano non offriva sacrifici agli dei, senza processo doveva subire la pena di morte. Onde avvenne che il beato Rufino e Cesidio, riunita una moltitudine di cristiani, fuggendo, si nascosero tra le caverne non lontane dalla città di Amasia e li rimasero passando abitualmente il tempo vegliando e pregando notte e giorno. Nella stessa città vi era un proconsole di nome Andrea il quale esercitava questa carica per ordine imperiale ed era inimicissimo al nome cristiano. Come un leone ruggente che gira cercando chi divorare, cosi, degrignando i denti contro l’ovile dei Santi, pensava come dovessero fiaccarsi i corpi dei Santi sotto i suoi sbranamenti e stremati con vari tormenti morissero.

2. E perchè la luce non puo rimanere nascosta nelle tenebre, avvenne in un certo giorno che il beato Rufino e Cesidio furono catturati dai pagani e furono portati alla presenza del proconsole Andrea, ai quali il proconsole disse: “Ci è stato riferito che voi siete imbevuti di arti magiche e non volete inchinarvi agli dei onnipotenti. Per la salute dell’imperatore Massimino e per la grandezza e clemenza del dio Apollo, se disprezzate i loro nomi ripudiandoli e non affrite il sacrificio dell’incenso, i vostri corpi sperimenteranno ogni genere di tormenti e per i diversi patimenti vi saranno tolte le gioie di questa vita”. I beatissimi Rufino e Cesidio rispondendo dissero: “Noi in nessun modo siamo stati educati negli inganni della malefica arte, ma, cristiani fin dalla culla, crediamo in Dio creatore di tutte le cose, nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo che procede dall’uno e dall’altro e confessiamo il vero Dio Uno nella Trinità e Trino nell’Unità e nella confessione adoriamo il Figlio unigenito di Dio il quale è stato concepito dallo Spirito Santo, è nato da Maria Vergine la quale fu vergine prima del parto e vergine restà dopo il parto”.

3. Disse pertanto il proconsole: “Come dite che fu vergine prima del parto e che restà vergine dopo il parto” ? I beati Rufino e Cesidio dissero: “Vedendo Dio Padre che tutto il mondo era perduto, ebbe pietà del genere umano, mandà suo Figlio in terra, entro nell’utero della vergine; per apparire a noi visibile indossà la carne umana senza il seme del peccato e usci per la porta chiusa per la quale in sogno il profeta Ezechiele vide Dio prima dei secoli procedere per la salvezza del mondo; e di nuovo la porta era chiusa indicando la Vergine che resto vergine dopo il parto. Fu posto nel presepio, fu annunciato dall’Angelo, fu mostrato ai pastori, fu adorato dai magi, restà a conversare con gli uomini per trenta anni e si rivelà vero Dio con molti miracoli. Per primo in Cana di Galilea ricavo il vino dall’acqua, liberà dalla febbre il figlio del Centurione, risuscitô la figlia del capo della sinagoga e il giovane portato fuori della porta della città, richiamà dal sepolcro Lazzaro già morto da quattro giorni. Infine, dopo molti miracoli, sopportà la fine violenta di morte per liberarci con la quale dall’impero della morte”.

4. Mentre queste ed altre molte parole proferivano con fermo coraggio, il proconsole rispose: ” Cessino ormai le ambiguità delle vostre parole e senza esitare accogliete i nostri consigli e riflettete sulla vostra salvezza non disprezzando i nostri dei, ma sacrificando; diversamente vi faro morire nei tormenti”. I Santi Martiri rispondendo dissero: “Per la forza del nostro Signore Gesu Cristo non abbiamo paura delle tue minacce perchè queste oggi si accendono, ma domani vengono meno e percio trama con i tormenti quello che vuoi perchè poco pensiamo ad ubbidire ai tuoi comandi e valutiamo per niente il culto degli idoli”.

5. Allora il proconsole mosso fortemente ad ira per queste parole, comandè alla guardia del corpo di fracassare con sassi le bocche di tutti e due; subito i ministri del diavolo incominciarono a fracassare le loro bocche e tra gli stessi tormenti cosi con chiara voce dicevano i Santi: “Cristo, Dio clemente, spezza i vincoli della morte per poterti innalzare devoti cantici di lode”. In verità i Santi Martiri restavano incolumi cosi da non morire percossi affdtto. Allora il proconsole comandà di rinchiuderli in una prigione privata per riflettere con quali tormenti e con quali lusinghiere persuasioni li potesse ricondurre al culto dei suoi dei.

6. Vi erano pertanto nella stessa città due turpissime donne istruite nell’arte magica, capaci di distogliere le menti degli uomini dalle loro convinzioni. Il proconsole comandô che si presentassero davanti al suo cospetto e con tali parole cerco di allettare i loro animi: “Se con le vostre dolcissime persuasioni indurrete Rufino e Cesidio al culto degli dei, voi sarete grandi e ricchissime sulla terra e da me riceverete abbondantemente una infinita quantità di oro e di argento”. Allora Nicea ed Aquilina allettate dalle promesse del proconsole, cercano di mettere in pratica la di lui pestifera esortazione. Entrando pertanto nel carcere dove erano tenuti rinchiusi i Santi di Dio, furono ricreate dalla fragranza di tanto odore che sembrava essere li la soavità di ogni balsamo. Ad essa segui la pienezza di tanto splendore che per la grandezza di tanta luce caddero per terra cosi che non poterono rialzarsi per quasi mezz’ora. Avvicinatisi pertanto i beatissimi Martiri: “Alzatevi, dissero, sorelle, non vogliate temere”. Quelle dunque subito alzatesi e prese da grande sbigottimento, stavano in piedi ammutolite. Di poi Rufino e Cesidio, interrogandole, dissero: “Di dove siete”? Quelle, pertanto, rispondendo dissero: “Siamo vostre serve e donne di questa città; il proconsole ci ha mandato per esortarvi con lusinghe e raggiri fino al punto di piegare il cgnsenso del vostro animo al suo desiderio.

7. Chiediamo, dunque, che ci facciate partecipi della vita eterna; noi infatti confessiamo lo stesso Dio Omnipotente dalla cui luce siamo state illuminate, per la cui grazia siamo state fatte salve, il quale ci chiamo dalle tenebre dell’ignoranza alla sua ammirabile luce”. I Martiri di Cristo, sentendo le parole di Nicea e Aquilina, alzarono al Signore quesla preghiera per supplire l’ignoranza di quelle: “Dio onnipotente, creatore di tutte le cose, immetti in esse lo spirito della vita eterna e rafforza in esse il fondamento della vera fede perchè ti conoscano, ti lodino, ti adorino e ti glorifichino, perchè tu sei Dio benedetto nei secoli dei secoli. Amen”. E rivoltosi il beato Rufino alle donne, disse: “Quali sono i vostri nomi “? Una delle due disse: “Una di noi si chiama Nicea, l’altra Aquilina e fino ad ora ci siamo dedicate al culto degli dei e ai piaceri del meretricio”. Il Santo Cesidio disse: “Volete ricevere la vera luce che illumina il corpo e l’anima”? Tutte e due, cià udendo: “Noi non desideriamo, dissero, nulla di terreno, nulla di carnale, ma Cristo nel quale credete voi, suoi Ministri. Per lo stesso vi supplichiamo di non ritardare ad illuminarci con il lavacro della rigenerazione eterna”.

8. Allora il beato Rufino e Cesidio comandarono di portare l’acqua e benedicendo il fonte del sacro lavacro consacrarono le due con l’acqua del santo battesimo e insegnando loro tutto cià che riguarda la vita eterna, diedero questi salutari avvertimenti: “Voi dunque, serve di Cristo, quando starete davanti ai Re e a dei principi, non vogliate aver paura di pensare come rispondere. Vi sarà suggerito, dice il Sign.ore, in quel momento, cio che dovete dire”. E subito tornate al proconsole, si fermarono davanti al suo cospetto. Il proconsole, appena le vide, parlo loro con questi discorsi: “Allora quelli che si sono ribellati agli dei, si decidono di offrire sacrifici ai nostri dei “? Nicea ed Aquilina risposero: “Con quale audacia presumi pronunciare tale bestemmia da definire dei gli idoli manufatti e da attribuire la diMinità al legno e alla pietra ? Non hai letto Davide che dice: “I simulacri dei gentili sono argento e oro, opere delle mani degli uomini; simili a loro diventino chi li fanno e chi in loro confidano “? Il proconsole rispose: “Come vedo, siete sedotte dagli inganni di Rufino e di Cesidio”. Risposero le serve di Cristo: “Non siamo sedotte, ma ricondotte alla vera fede e alla luce inestinguibile che illumina ogni uomo che ricerca la vita eterna”.

9. A quelle che dicevano cià ed altro di simile, due dei soldati, Silone e Alessandro, prorompendo ad alta voce, dissero: “Vi è dunque un’altra vita al di là di questa “? Le serve di Cristo risposero: “E che vita è questa che si vive? Gli umori la corrompono e la dissolvono, le tristezze la consumano, i cibi la gonfiano, i digiuni la indeboliscono, l’agitazione l’abbrevia, la sicurezza la stordisce. Questa vita non teme di ingannare i suoi amatori: ai golosi prepara l’ingordigia, ai bevitori subito insinua l’ebbrezza; chi desidera darsi a questa vita, dopo il dissolvimento del corpo caduco lo conduce ad uno sterminio senza fine. Ma in quell’altra vita giammai si consente di aver fame, di aver sete, di languire, di avere alcuna angustia, ma ivi sempre risuonano le melodie dei santi, ivi il cinnamomo e il balsamo germogliano ramoscelli odoriferi, ivi il coro angelico davanti al trono di Dio esprime cantici nuovi e adora Colui che vive nei secoli”. Mentre le serve di Cristo dicevano cià e molt’altro, i predetti soldati Silone e Alessandro con voce distinta dissero: “Uno è il Dio, quello dei cristiani, che queste sue serve predicano; lui adoriamo e lodiamo che tanti e tali favori concede ai suoi adoratori”. E subito si portarono ai loro piedi e baciavano le loro ginocchia e implorando dicevano: “Vi supplichiamo per Colui nel quale credete di farci conoscere come siete state purificate dalla sozzura degli idoli”. Allora Nicea ed Aquilina, riesaminando tutto lo solgimento dei fatti accaduti, si accinsero ad esporre con ordine come raggiunsero il mistero del battesimo per mezzo dei beati Martiri.

10. Cià udito, Silone e Alessandro corsero insieme al carcere e gettatisi ai piedi dei santi Rufino e Cesidio, con voce distinta dicevano: “Santissimi e beatissimi Martiri di Cristo, scongiurando vi preghiamo di purificarci col fonte del battesimo e di rinnovare l’immagine dell’uomo spirituale; e come Nicea e Aquilina sono state illuminate e fdtte salve con l’onda della santa rigenerazione, cosi anche noi desideriamo essere purificati da voi, essere lavati dalle sozzure degli idoli e credere nel Dio che voi predicate come servi di Cristo”. Rispondendo pertanto i beatissimi Martiri dissero: “Se credete in Dio Padre Onnipotente e in Gesu Cristo suo E’iglio Unigenito Signore nostro che nacque e pati e nello Spirito Santo, senza dubbio meriterete di ottenere tutto cio che chiedete”. Quelli, dunque, dissero: “Già una volta vi abbiamo detto che crediamo perfettamente in Cristo e che vogliamo solo essere battezzati per purificarci dalle impurità dei peccati”. Nello stesso momento il beato Rufino comando di far venire dell’acqua e benedicendola li battezzà nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo e li confermà nella fede di Cristo.

11. Nello steso giorno si portarono dal proconsole e dissero: “Ascolta, o proconsole, e sappi di certo che noi siamo cristiani e non serviremo più oltre gli dei manufatti”. Allora il proconsole, mosso ad ira, comandò che si portassero davanti a lui Nicea e Aquilina e disse loro: “Ecco come mutate le menti degli uomini con i raggiri dell’arte magica e insegnando una settaria superstizione le allontanate dal culto degli dei; scegliete dunque una delle due: o compite sacrifici agli dei con le vostre mani, oppure sottoporrete le vostre carni a diversi e acerrimi tormenti perchè per la difesa degli dei e della sicurezza dello Stato vi farà morire con la piu grande vergogna”. Le sante serve di Dio dissero: “Nel modo piu assoluto disprezziamo i tuoi tormenti con i quali credi di piegarci alla tua volontà e rigettiamo con animo intrepido le tue minacce perchè ti aspetta l’eterna morte”. Il proconsole pertanto, temendo di essere beffato dalle donne, comandò che fossero denudate e fossero a lungo flagellate davanti al suo cospetto e tanto lungamente le fece fiaccare con le sferzate fino a quando non rimanesse nelle loro membra alcun residuo sano.

12. Il giorno seguente furono ricondotte al cospetto del proconsole e cosi restarono in piedi incolumi nel corpo come se non apparissero nelle loro membra i colpi del flagellatore. Disse loro il proconsole: “Come vedo, fiduciose nei vostri malefici, disprezzate le minacce ed evadete ogni tormento”. Allora inflisse contro di loro la pena di morte dicendo: “Comandiamo che Nicea e Aquilina siano decapitate perchè non obbidiscono ai. nostri comandi e non vogliono sacrificare agli dei”. Pertanto emanata la condanna a morte, i soldati le condussero fuori le mura della città di Amasia non lontano un miglio. Decapitate dai carnefici, con la palma del martirio raggiunsero i regni celesti.

13. Il giorno seguente il proconsole sedendo in sulla tribuna, si fece presentare Silone e Alessandro e con tali parole parlô loro: “Ma perchè, cari soldati, siete caduti in tanta demenza da dimenticare gli dei immortali e scegliere i tormenti corporali ? State dunque attenti, riflettete piu diligentemente e ascoltate i miei discorsi perchè adoriate gli dei propiziatori e li plachiate con i soliti sacrifici. Sappiate dunque che voi soccomberete crudelmente sotto atrocissime pene e alla fine morirete con la decapitazione se rifiutate di genuflettere davanti agli dei. Risposero i soldati di Cristo: “Senti, o proconsole, se ti sembra retto e giusto sperimentare la divinità dei vostri dei; spedisci le tue guardie del corpo per tutta la città perchè dietro tuo comando tutta la cità si riunisca a questo spettacolo e ordina che ti sia portato in mezzo alla folla un paralitico e dai maghi siano invocati uno per uno i tuoi dei sul paralitico portato. Se all’invocazione dei nomi dei tuoi dei ci sarà il ritorno della salute, è degno che si adorino dagli uomini, ma se cio non riusciranno a cotnpiere e all’invacazione del Signore nostro Gesu Cristo l’infermo si ristabilirà e si alzerà, cià comporterà che tu, abbandonati gli errori, sarai adoratore verissimo della verissima divinità”.

14. Allora il proconsole e il popolo unanimi acconsentirono a queste proposte e comandarono che si conducesse un paralitico nel foro della città. Tutta la città accorse a quello spettacolo. Comandò dunque il proconsole ai suoi maghi di invocare uno per uno i nomi dei loro dei affinché davanti agli occhi di tutti procurassero ogni rimedio salutare all’infermo presente e per questo fino a che punto apparisse falso o verissimo il risultato della loro clemenza. Allora i predetti maghi, ubbidendo ai comandi del proconsole, invocavano i nomi dei loro falsi dei uno per uno.

Ma nè la divinità di Giove con i suoi balenamenti, nè Apollo con i suoi vaticinii e canti, nè il Sole con i suoi splendori e le sue luci valsero ad apportare all’infermo il conforto della sanità. Allora il proconsole, mosso ad ira, e pervaso da rossore, disse: “Ora Silone ed Alessandro affrontino la presente prova e sotto i nostri occhi conferiscano al presente paralitico i rimedi della salute con l’invocazione del loro Dio”. A questo comando i soldati di Cristo si avvicinarono alla barella e prostrati a terra innalzarono al Signore questa preghiera: “O Dio, Re immenso, che i cieli e la terra adorano, concedi a noi servi cio che imploriamo con puro cuore. Conferisci il dono della sanità al misero infermo, perchè a tutti sia noto che tu sei il Dio della salvezza. Ecco, ti preghiamo, soccorri noi poverelli fino al punto che i presenti credano che puoi tutto, tu che senza fine governi tutto il mondo per sempre. Allora dissero al paralitico: “Nel nome di Cristo, alzati, e con i tuoi piedi torna a casa tua e loda il Figlio di Dio creatore di tutte le cose, che ti formo dalla terra a sua immagine”.
Nello stesso momento il paralitico si alzà in piedi e torno a casa sua con i suoi piedi glorificando l’Onnipotente Dio con voci di lode.

15. Pertanto il proconsole, visto questo miracolo, subito balzo dal posto in cui sedeva, dirigendosi con passo svelto al carcere dove erano tenuti carcerati i beatissimi Martiri e prostratosi ai loro santissimi piedi si esprimeva con queste ripetute invocazioni: “Vi prego, vittoriosissimi atleti di Cristo di degnarvi acconsentire alle mie richieste fino al punto che come dietro i vostri consigli furono illuminati Silone e Alessandro, cosi meriti di essere illuminata l’ignoranza della mia cecità. Perchè oggi senza dubbio ho conosciuto la vera e immutabile luce che illumina ogni uomo che viene al mondo “.

I beati Rufino e Cesidio rispondendo dissero: “Se crederai con tutto il tuo cuore, potrai essere illuminato e nel cuore e nell’anima”. Rispose il proconsole: “Senza dubbio io credo nel Dio che voi predicate con la parola di salvezza e desidero avanzare nella sua certissima conoscenza”. Allora il beato Rufino e Cesidio si prostrarono a terra e innalzarono al Signore questa preghiera: “Salve, o Cristo Re, Dio gloriosissimo, infondi nel cuore di questo proconsole l’amore della vita eterna, affinchè ripudiati i culti idolatrici, per mezzo suo sia manifestata agli altri increduli l’onnipotenza della tua divinità e ti conoscano come loro vero Creatore che senza fine regna in eterno”. Nello stesso momento fu portata l’acqua e benedicendola (Rufino) disse al proconsole: “Credi in Dio, Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra”? Rispose il proconsole: “Credo”. “E in Gesù Cristo suo Figlio unigenito, nostro Signore, nato da Maria Vergine”? Rispose: “Credo”. “E nello Spirito Santo che procede dal Padre e dal Eiglio “? E rispondendo egli: “Credo” (Rufino) lo battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. E mentre si rialzava dall’acqua incomincià a dire ad alta voce: “Uno è ïl Dio, quello dei cristiani in cielo e in terra”.

16. Pertanto il giorno seguente il proconsole, tornato al palazzo, comando che tutto il popolo convenisse ad un pubblico spettacolo e, formatasi l’adunanza, parlà con tali parole: “Illustri commilitoni, ascoltate con molta attenzione le mie parole. Sappiate dunque con la massima certezza che i dommi cristiani mi hanno conquistato e che io adoro in modo esclusivo e con fede verissima Cristo, il Figlio di Dio e che non mi appresto piu oltre ai sacrifici degli dei. Pertanto spedite una vostra delegazione al vostro imperatore e affrettate a fargli sapere ciò perché spedisca da queste parti i suoi procuratori che abbiamo a cura i suoi ordini e le sue disposizioni perchè da oggi in poi non potrà ricevere il conforto della mia obbidienza: posseggo ormai il vero e perpetuo Signore del corpo e dell’anima. Infatti io ho conosciuto l’Onnipotente Re dei re di ogni cosa il quale con la sua parola eternamente governa il mondo e il cui regno è eterno”. Pertanto il popolo cò ascoltando, fu acceso dal più grande furore e mosso ad ira spedi per tutta la città degli investigatori per catturare i servi di Dio Rufino e Cesidio e bruciarli vivi. Ma i soldati di Cristo presi da terrore si abbandonarono subito a precipitosa fuga e rifugiandosi nelle altre parti dei Marsi e nascondendosi nel luogo detto Trasacco, ivi incominciarono a costruire una chiesa e a persistere giorno e notte in lodi e canti spirituali e ad offrire assiduamente offerte e sacrifici a Dio Onnipotente.

17. Il popolo della città di Amasia si preoccupò di spedire celermente dei messaggeri all’imperatore per riferire il tradimento del proconsole e con maliziose accuse incolpare i Santi di Dio e con tali discorsi suscitare l’ira dell’imperatore contro i beatissimi Servi di Dio: “Sia a conoscenza della tua affettuosa clemenza che il proconsole Andrea da poco rinunciando alla carica proconsolare, ha oltraggiato il servizio militare e seguendo i consigli degli uomini Rufino e Cesidio, ha disprezzato i sacrifici dei nostri dei e si è fatto verissimo cristiano e con altri cristiani vive nella Provincia dei Marsi. Cià udito, l’iniquissimo imperatore riuni molti soldati e comandà ai littori che si portassero al più presto nel territorio di Trasacco. Venendo pertanto i soldati dell’imperatore nel territorio di Trasacco, subito entrarono in chiesa dove i beatissimi Martiri offrivano sacrifici per la redenzione del mondo. Presi pertanto il beato Rufino con altri Martiri, li condussero a Roma e fattolo sapere all’imperatore li portarono al suo cospetto. Tra essi collocarono il proconsole Andrea.

18. L’imperatore, desiderando conquistare il suo animo con dolcissimi discorsi proferi il seguente esordio di interrogazione: “Carissimo proconsole, quale stoltezza ti è sorta nel tuo cuore da abbandonare la venerazione degli dei e prendere il nome di cristiano ? Dunque non cadere nell’errore di tanta stoltezza, perchè accecato dalle tenebre dell’ignoranza abbandoni il fiore della gioia del mondo”. A queste parole, Andrea, nobile atleta di Cristo, rispose: “Sino adesso sono rirnasto avvolto nelle tenebre del paganesimo, ma prendendo il sentiero della vera luce, già inizio a scuotere la caligne di questo mondo e a vedere una luce inestinguibile”. L’imperatore rispose: “Per qual motivo la segui e non ti vergogni di manifestarla davanti a me”? Andrea rispose: “Fino a questo momento sono stato nelle tenebre dell’errore e della perfidia, nè mi ha giovato sentirne la mancanza perchè ho adorato idoli sordi e muti ed ho ignorato il Dio Onnipotente che ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutto cià che in essi esiste, ma appena conosciuta la verità, subito mi sono liberato dalla cecità dell’uomo interiore”.

19. Dimmi Andrea, disse l’imperatore, da quali seduttori e maestri hai imparato a disprezzare i nostri dei ed hai iniziato ad amare e a venerare non so quale Dio ? Se dunque acconsentirai ai comandi imperiali offrendo sacrifici agli dei immortali, ti faro ricco di grandi e speciali doni e onori per godere questa vita con ogni gioia e bene; diversamente soffrirai molti supplizii per il disprezzo degli dei e finalmente con la morte lascerai le gioie della vita”. A queste parole il soldato di Cristo con animo intrepido disse: “Secondo il tenore della tua interrogazione ascolta il discorso della mia risposta: Da veri maestri istruito, sono stato edotto a prontamente lasciare le tenebre dell’errore e i raggiri della suggestione e ad entrare nello stato della rettitudine. Ecco, questi è il mio maestro verissimo dietro la cui esortazione e istruzione ho dissipato le tenebre della perfidia e sono arrivato alla conoscenza della vera luce”.

20. Allora l’imperatore disse: “Dicci il suo nome e il suo minister’o e quale Regione li spedi al nostro cospetto”. Il soldato di Cristo, Andrea, rispose: “Se vuoi conoscere il suo ministero, sappi che egli è vescovo, che il suo nome è Rufino e che è un buon cittadino della città di Amasia. Questi altri due che si vedono in piedi in tua presenza, si chiamano Silone e Alessandro che insieme a noi sono cristiani e sono rinati col battesimo del sacro fonte”. L’imperatore disse loro: “Ascoltate di buon grado i miei consigli e, adorando gli dei, offrite loro i sacrifici e sarete illustri e famosissimi in ogni mia giurisdizione”. Risposero dunque i beatissimi Martiri: “Noi adoriamo Dio Onnipotente che con la sua parola creô tutto dal nulla, la cui Maestà non ha inizio nè ha fine nei secoli. Lui ogni giorno onoriamo e adoriamo e gli offriamo il sacrificio di lode. Respingiamo ogni altro dio fuori di lui, per la cui forza e aiuto disprezziamo ogni genere di tormenti come la spazzatura delle piazze”. Allora l’imperatore, mosso ad ira, comandô che si rinchiudessero in carcere per riflettere con quali pene punirli e con quale tormento dovessero affrontare la morte. Pertanto i Ministri della iniquità ubbidendo ai comandi del tiranno, li gettarono in carcere incatenati.

21. Ma Cesidio, figlio del beato Rufino, nello stesso giorno della cattura dei beati Martiri ella terra di Trasacco, fuggi per il monte dove c’era la sua chiesa nella quale il beato Rufino si dedicava giorno e notte alla preghiera incessantemente. Il giorno seguente, tornato in se, piangendo amaramente, disse cosi: “Viva Dio, perchè non ho agito bene! Preso dalla paura della morte, ho abbandonato il beatissimo padre e ho perduto la palma del martirio”. E piangendo e lamentandosi ad alta voce, pervenne a Roma dove il beato Rufino con i predetti Martiri era tenuto in carcere e finalmente con sollecitudine andà al carcere ed entrato, si prostro con la faccia per terra davanti ai piedi del beatissimo Rufino e abbracciate le sue ginocchia, implorava il perdono.

22. Al quale il beatissimo padre disse: “Ritorna, o figlio, al luogo che abbiamo consacrato e offri all’Onnipotente Dio le quotidiane offerte fino a che per il trionfo del martirio, potrai entrare negli atrii del regno dei cieli”. Rispondendo, Cesidio disse: “Perchè soffrire il ritardo del martirio e non professare pubblicamente che io sono cristiano “? Il beato Rufino rispose: “Ancora non è giunto il tempo della tua chiamata ed intanto si innalzi al Signore l’incenso delle tue preghiere fino a quando per il trionfo del martirio conquisterai il premio del regno dei cieli”. Pertanto il beato Cesidio, confortato dai consigli del beatissimo padre, ritornô nella sua residenza e restando in continuazione nella chiesa che San Rufino aveva consacrato, non cessava di rendere all’Onnipotente Dio con veglie e preghiere il dovere del servizio.

23. Passati invero quindici giorni, l’imperatore Massimino comandà che fosse presentato davanti al suo cospetto Andrea e con tali esortazioni gli disse: “Ascoltami, o Andrea, è tempo che abbandoni le regole della tua stoltissima religione e adorando l’invittissimo dio Sole offra i venerabili sacrifici affinchè avanzato nei gradi e ricolmo di ricchezze, elevato sopra tutti, riabiti il palazzo del proconsole e ottenga i diritti di quelli che dopo di me sono potenti “. Il soldato di Cristo, Andrea, rispose: “A che giova, o imperatore, guadagnare gli onori di questo mondo e appena dopo intervenendo la morte, apprestarsi ai perpetui tormenti ? Ascolta il Signore che nel Vangelo dice: “A che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi reca danno alla sua anima “? L’imperatore rispose: “Per gli dei immortali! Se con mente ostinata non obbedirai ai miei ordini e non adorerai gli dei, morirai tra diversi tormenti”. Al quale il soldato di Cristo disse: “In virtù del Signor mio Gesù Cristo, non pavento i tuoi tormenti perchè questa temporale prova col tempo subito finisce, ma la tua eterna distruzione non finirà mai”. Allora l’imperatore, preso da grandissimo furore, disse ai carnefici: “Sospendetelo nell’aculeo e dilaniatelo con staffili di ferro e sottostia a tali supplizi finchè muoia”. Pertanto i ministri del diavolo, accesi di furore, dilaniarono le sue carni, come era stato loro comandato, tanto che a tutti i presenti apparivano chiaramente le cdstole scarnificate; cosi tra lo stesso tormento mortale rese la santa anima raccomandata al Signore.

24. Nello stesso periodo di tempo risiedeva nella città di Assisi un proconsole chiamato Aspasio il quale sollevo una ribellione contro lo Stato Romano e macchinô di annientare la potenza romana. Mosso ad ira per questa ribellione, l’imperatare e tutto il popolo romano, riunito un forte esercito, assedio la predetta città per un anno e mezzo. Pertanto i cittadini, fiaccati dalla guerra e dall’assedio, si consegnarono all’autorità imperiale e cosi con l’uccisione del proconsole la città fu liberata dalla devastazione romana. L’imperatore poi, sottomessa la città dimoro ivi un anno e cinque mesi.

25. Nei quali giorni l’imperatore comandà che i beati Rufino e Silone e Alessandro fossero condotti incantenati davanti al suo cospetto ai quali parlo dicendo: “Siete voi che con le arti magiche raggirate le menti degli uomini e con maligne persuasioni li allontanate dal culto degli dei”? I beati Rufino e Silone e Alessandro rispondendo all’unanimità dissero: “Noi non siamo maghi, ma verissimi cristiani e richiamiamo i cuori traviati degli uomini dal culto degli idoli al loro Creatore che regna nei cieli e dimostriamo che egli è il vero Dio per la cui volontà si regge tutto ciò che è in cielo e in terra e per il di cui dominio forza e disposizione sussistono le creature visibili e invisibili. Lui dunque adoriamo, predichiamo e con tutto il cuore amiamo; al contrario stimiamo una nullità gli idoli manufatti perchè non possono prestare aiuto nè a sè, nè agli altri, ma producono ai loro adoratori soltanto una eterna morte”. Disse loro l’imperatore: “Queste sono parole vuote e superflue. Adorate il dio Sole e sarete onorabili e illustri davanti al mio cospetto. Ma se rifiutate di piegarvi ai sacrifici degli dei, perirete con diversi e raffinati supplizi”. I Santi Martiri rispondendo dissero: “Già siamo fortificati nell’amore di Cristo, nè siamo sedotti dagli allettamenti, nè abbiamo paura delle minacce; fà quello che vuoi perchè in nessun modo adoriamo gli idoli sordi e muti”.

26. Allora l’imperatore, ricolmo di grandissimo furore, comandà che si accendesse una fornace perchè ivi si brusiassero i Santi, dicendo: “Adesso si vedrà se il vostro Dio cesserà di liberarvi dalle mie mani”. Essendo i servi di Cristo pervenuti alla fornace, elevarono al Signore questa preghiera: “Signore Gesù Cristo, assisti noi tuoi servi mentre siamo nel pericolo del fuoco e come facesti uscire illesi i tre fanciulli dalla voragine della fornace cosi che nemmeno un capello delle loro teste rimanesse bruciato e dimostrasti ad un re straniero che tu sei Dio degno di lode, cosi degnati di rivelare la tua divinità a tutti i presenti perchè tutti conoscano che tu sei il solo Dio che regna nei secoli dei secoli”. Allora le guardie, prendendo i Martiri di Cristo, li gettarono nella fornace mentre lodavano Gesù Cristo, l’Onnipotente Signore. Ed ecco un angelo del Signore stette in mezzo a loro e li conforto con queste esortazioni dicendo: “Non vogliate aver paura, o soldati di Cristo, perchè la mano del Signore è pronta ad aiutarvi”. Appena dunque i Servi di Cristo entrarono nella fornace ardente, subito si spense tutto il divampare delle fiamme e usciti illesi cosi che neppure un capello delle loro teste mostrava alcun segno di danno, ringraziavano l’Onnipotente Dio il quale con la solita potenza sempre si è degnato di dimostrare fatti prodigiosi dei suoi servi. I presenti, appena videro questo miracolo, tutti con voce unanime dissero: “Grande è il Dio dei cristiani che il beatissimo Rufino predica; è necessario che Lui si ami da tutte le nazioni della terra. Noi dunque, riponendo fiducia in Lui e in Lui credendo, rinunciamo agli idoli e ai diabolici inganni ai quali fino ad ora ci siamo dedicati e confessiamo lo stesso solo Signore con la bocca e col cuore e non temiamo di morire per il suo nome”.

27. Pertanto l’imperatore, mosso ad ira per queste e simili affermazioni, pronunzio tale sentenza contro i Santi Martiri di Dio: “Rufino, Silone ed Alessandro, non volendo sottostare ai comandi imperiali e acconsentire ai riti augustali, comandiamo che siano decapitati”. Pertanto i Santi Martiri di Dio furono condotti fuori le mura della città di Assisi l’11 del mese di agosto ed ivi decapitati, riconsegnarono le loro anime al Signore. I loro corpi rimasero ivi per cinque giorni quale ammonimento per i cristiani. Comando quindi che si conducessero cani ed altre bestie feroci per dilamiarli e divorarli, ma quelle tali bestie condotte per divorare i predetti corpi, appena vistili, non solo non li mangiarono, ma alla presenza di molto popolo e alla vista di persone d’ambo i sessi, piegando le gambe, miracolosamente si inchinarono davanti ai corpi degli stessi Martiri, venerando gli stessi corpi con molteplici segni e lunghissimi ululati.

28. Allora il prete Cesidio, suo figlio, con Simplicio, Euchizio, Placido, Vibio, Crescenzo, Marziale e Colliberto, Martiri commilitoni di Cristo, i quali durante le atroce persecuzioni dell’imperatopre erano andati a dimorare in Trasacco dove offrivano assidue preghiere e quotidiani sacrifici al Signore per la salvezza del mondo, di notte si portarono al luogo dove giacevano i corpi dei Santi. Sottrattili, ritornarono nella loro dimora e nello stesso luogo segretamente li seppellirono. Il giorno seguente i carnefici si portarono a vedere se i corpi ivi giacessero, ma non li trovarono. Allora si portarono dall’imperatore e cosi dissero: “Clementissimo imperatore e sempre augusto, rendiamo conto alla tua autorità suprema che nella provincia dei Marsi, nel luogo detto Trasaco, risiede Cesidio, figlio del vescovo Rufino, il quale venendo che era ancora notte, portà via il corpo di suo padre e avendo asportato con lui i corpi degli altri, li seppelli in Trasacco con onorificenze”. Allora l’imperatore, ruggendo come un leone e digrignando i denti su di lui, disse ai suoi ministri: “Andate in quel luogo, ritrovatelo dovunque potete e senza processo uccidetelo con la spada; cosi pure gli altri che con lui rinvenirete, perchè sovvertono la fede dei nostri dei”.

29. Pertanto il venerabile prete Cesidio dimorava nella stessa chiesa con Placidio e Euchizio e con molti venerabili e santi cristiani. Non appena dunque i soldati arrivarono e trovarono lui ed altri mentre offriva il sacrificio al Signore, senza processo li colpirono di spada e cosi resero le sante anime al Signore. Riposero il corpo del beato Cesidio segretamente e separatamente dagli altri, con inni e canti spirituali, il 31 di agosto, nella stessa chiesa dove si innalzano preghiere, con molti miracoli, fino al presente giorno a lui e ai corpi dei detti Santi seþ polti nello stesso luogo. I soldati appen fatto ritorno, riferirono il tutto all’imperatore. Pertanto i soldati di Cristo furono martirizzati dall’imperatore Massimino e subirono la sentenza di morte. Dopo cio l’imperatore fece ritorno a Roma. E la moltitudine di quelli che nella città di Assisi avevano creduto nel Signore Gesù Cristo, incatenati condusse a Roma e furono con gioia ricevuti dai Romani. L’imperatore comando che fossero rinchiusi in carcere. Dopo quindici giorni l’imperatore ordino che i Soldati presentati al suo cospetto. Cio fatto, disse loro: “Scegliete una delle due: o la morte o la vita”. I Martiri di Cristo dissero: “Noi per il Signore Gesù Cristo vogliamo piuttosto morire per ottenere la vita eterna”. Disse dunque l’imperatore: “Se costoro non scompariranno, periranno”. E irato, emanà contro di loro la sentenza di morte e disse: “Comandiamo che questi sacrileghi disobbedienti e riluttanti a sacrificare ai miei dei, siano condannati a morte”. Furono pertanto condoti fuori le mura della Porta Salaria e decapitati nello stesso luogo mille diciassette Martiri e cosi in pace resero le sante anime a Cristo Signore. A lode e gloria del Signor nostro Gesù Cristo al quale è onore, gloria e impero nei secoli dei secoli. Amen.

(Testi tratti dal libro “Rufino e Cesidio”)
(Testi a cura di Don Evaristo Evangelini)

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